
La dipendenza sessuale, o Ipersessualità, è un disturbo psicologico, che include una vasta gamma di comportamenti: la promiscuità sessuale, la masturbazione compulsiva, il sesso a pagamento e l’ utilizzo eccessivo di materiale a contenuto pornografico. Un tempo veniva utilizzato il termine ninfomania per indicare l’aumento eccessivo dell’istinto sessuale quando la situazione riguardava la donna, e satiriasi se ad esserne colpito era l’uomo. Il termine “satiro” veniva usato dalla mitologia greca per descrivere una divinità minore maschile. Nel 1987 venne definita, dal consiglio Nazionale sulla Dipendenza da Sesso (NCSA-USA) come un “comportamento sessuale persistente e crescente, messo in atto nonostante il manifestarsi di conseguenze negative per sé e per le altre persone”.
Coleman nel 1990, afferma che i comportamenti ipersessuali compulsivi sono mediati dalla riduzione dell’ansia e non dal desiderio sessuale in sé, per cui sono clinicamente avvicinati al disturbo ossessivo compulsivo.
Kafka nel 1994, tratta i comportamenti ipersessuali in maniera più orientata alla definizione rigorosa di un disturbo psichiatrico, li considera delle disregolazioni del desiderio e dell’eccitazione sessuale, caratterizzato da elevata frequenza, da perdita del controllo degli impulsi sessuali e da una considerevole quantità di tempo trascorsa in attività sessuali, che portano conseguenze personali e psicosociali negative.
Sia nel DSM-IV-TR che nell’ICD 10, non esiste la diagnosi di dipendenza sessuale. Nella sezione “Disturbi sessuali e dell’identità di genere” del DSM.IV-TR esiste la categoria diagnostica delle parafilie e quella delle disfunzioni sessuali; fra le parafilie sono riportati dei comportamenti ipersessuali che possono essere riscontrati nella dipendenza sessuale come l’esibizionismo, il froutterismo (impulso di toccare e strofinarsi contro persone non consenzienti) ed il voyeurismo, ma non esiste nessuna diagnosi che sia comprensiva dell’insieme dei comportamenti ipersessuali che definiscono la dipendenza sessuale.
Uno tra gli studi più importanti e recenti, effettuato proprio con l’intento di influenzare la decisione della commissione del DSM-5 sull’ inclusione dell’ ipersessualità tra i disturbi mentali, è stato effettuato da Rory Reid, della University of California di Los Angeles (Ucla) nel 2012. Tale ricerca, effettuata con l’aiuto di altri esperti psicologi su un campione di 207 individui, ha testato la presenza di alcuni criteri utilizzabili per una diagnosi di Dipendenza sessuale, in individui i cui comportamenti sessuali assumevano effettivamente i connotati di una dipendenza.
I criteri definiti dai ricercatori erano: fantasie sessuali ricorrenti, impulsi e comportamenti promiscui per un periodo di sei mesi o più, che non siano causati da altri problemi, come ad esempio l’abuso di sostanze, un’altra condizione medica o episodi maniacali associati al disturbo bipolare. Inoltre deve essere presente uno schema di attività sessuale in risposta a stati d’animo spiacevoli (es. sentirsi depressi) o uno schema ripetitivo di comportamenti che utilizzi il sesso come modalità di risposta allo stress. I comportamenti sessuali devono inoltre essere fonte di disagio per chi li attua, tanto da interferire con le relazioni, il lavoro o ad altri aspetti importanti della vita personale. Per questo motivo tra i criteri sono inclusi i tentativi compiuti dal soggetto al fine di ridurre o interrompere le attività sessuali vissute come problematiche.
I ricercatori hanno così scoperto che i criteri proposti classificavano accuratamente l’ 88% dei pazienti con una dipendenza sessuale, stessa accuratezza per i risultati negativi, avutasi nel 93% dei casi. In altre parole, i criteri sembravano adatti a discriminare tra i pazienti che soffrono di dipendenza sessuale.
Già nelle ricerche degli anni ’80 veniva suggerito che circa il 3/5% della popolazione adulta stesse lottando contro una qualche forma di dipendenza sessuale. Tuttavia gli individui studiati a quel tempo erano per lo più auto-selezionati e di sesso maschile. Le più recenti analisi sul tema, indicano però che il problema della dipendenza sessuale si stia aggravando, soprattutto tra i più giovani e si mostra equamente distribuita tra uomini e donne. Dalla fine degli anni ’90, la letteratura clinica ha indicato che questo aumento dei comportamenti sessuali è strettamente correlato alla maggiore velocità di accesso a materiali con contenuto pornografico: non solo i numerosi siti internet con video e foto hard, ma anche siti di escort o app in grado di trovare, tramite GPS, i partner più vicini disposti ad avere un incontro sessuale. In Italia, la Dipendenza da Sesso ha una prevalenza del 5,8%; i dati, raccolti da Franco Avenia e Annalisa Pistuddi (Presidente e Segretaria del AIRS – Associazione Italiana per la Ricerca in Sessuologia).
La frequenza e la qualità dei rapporti sessuali , quindi, per alcuni può assumere caratteristiche patologiche, arrivando a provocare gravi conseguenze.
Sul piano economico si verifica spesso una diminuzione del patrimonio personale, dovuta alle spese che riguardano il comportamento dipendente.
A livello emotivo si può manifestare una repressione dei sentimenti e delle emozioni, parallelamente allo sviluppo di sentimenti negativi come senso di colpa, vergogna, depressione e perdita dell’autostima.
A causa del blocco emotivo il soggetto dipendente si trova coinvolto in un progressivo isolamento sociale, con frequenti difficoltà di interazione sia con amici che con colleghi e familiari, diventa incapace di relazionarsi agli altri e di comprendere sia i loro stati emotivi che i loro pensieri e bisogni. Spesso le sue amicizie sono superficiali o manipolative e l’interesse nelle relazioni può essere determinato solo da ciò che potrebbe ottenere.
A livello cognitivo il dipendente manifesta problemi di attenzione, distorsioni sul modo di pensare, (ad esempio tende a mentire, minimizzare, proiettare)e convinzioni di base disfunzionali.
La dipendenza sessuale è una relazione patologica con il sesso, la persona utilizza il sesso per rifugiarsi in un piacere che possa alleviare lo stress, che possa permettergli di sfuggire dai sentimenti negativi o dolorosi e che lo metta illusoriamente al sicuro da relazioni intime che non è capace di gestire.
L’euforia del dipendente sessuale dura tanto quanto l’atto sessuale, raggiunto l’orgasmo sperimenta sentimenti negativi di autosvalutazione rispetto ai quali il bisogno di sollievo è assolutamente necessario, creando un circolo vizioso che rende la vita del dipendente difficile da gestire. In altri casi il dipendente ha perso il contatto con le proprie emozioni al punto che, anche dopo l’atto sessuale, non provano emozioni negative ma nemmeno positive. Svanito il piacere dell’orgasmo il dipendente si ritrova con un senso di vuoto emotivo, di indifferenza.
Il sesso diventa un rifugio che consente al dipendente la fuga da una vita caratterizzata dal sentimento della vergogna e dalle convinzioni di base disfunzionali, e gli permette di accedere a una realtà nella quale sperimenta, illusoriamente, il controllo dei propri comportamenti, una sensazione di piacere e l’idea di una vita piena di significato.
Particolarmente interessante, riguardo le cause, è la tesi del meccanismo chiamato “trauma reenactment” ovvero ripetizione del trauma. Secondo essa le ragioni di questo comportamento risalirebbero ad abusi sessuali, fisici e psicologici pregressi, avvenuti con molta probabilità durante l’infanzia (Trippany, R. L., Helm, H. M., Simpson, L., 2006).
La persona non riesce a vivere le proprie emozioni, questo genera una visione del mondo distorta e limitata. Questa stessa visione favorisce un senso di svalutazione personale, determina un incapacità di provare piacere per le cose che si fanno e che si vivono, genera un senso di isolamento dagli altri e una mancanza di significato della propria vita.
A causa di questo atteggiamento, quando il paziente parla al medico del suo comportamento sessuale, non si apre, quindi si approda spesso ad una terapia non adeguata.
La persona vive quindi uno stato di sofferenza dal quale non sa come sollevarsi o per il quale non sente di avere le capacità necessarie per farvi fronte. Cerca aiuto quindi in attività che gli diano un sollievo immediato e sicuro, anche se illusorio. Si instaura a questo punto un circolo vizioso che sostiene il sentimento della vergogna e la visione del mondo distorta.
Il dipendente non riesce a trovare una via d’uscita, perde sempre più la capacità di governare ed orientare la propria vita e per questo si rivolge ripetutamente a gesti compulsivi che gli danno l’illusione di soddisfare i suoi bisogni quali: piacere, controllo, significato della propria vita, valore personale. Per capire se si tratta di una dipendenza sessuale, il clinico in primo luogo deve considerare fondamentale una buona anamnesi dei dipendenti e dei familiari che spesso può rivelare molestie sessuali o emozionali nell´infanzia. In seguito bisogna rilevare se i soggetti sono già dipendenti da alcol e/o da farmaci. E’ importante rendersi conto ad esempio se un paziente ha rapporti con altri pazienti o membri durante la terapia e se ha delle crisi acute con il partner.
Dal punto di vista psicologico – psichiatrico le direttrici terapeutiche utili sono tre:
Le Terapie del profondo: questo tipo di psicoterapia, che si rifà solitamente al filone psico-dinamico, è indicata nei casi dove i conflitti individuali prevalgono sulle dissintonie nella relazione di coppia e devono essere trattati di per sé.
Le Terapie farmacologiche: per curare un sesso-dipendente si deve agire su vari piani. Tra le terapie farmacologiche sono efficaci quelle a base di antidepressivi e i medicinali che accrescono il livello di serotonina nel sistema nervoso che sembrano capaci di controllare e ridurre i comportamenti tipici di questo disturbo. Naturalmente un trattamento di psicoterapia deve sempre essere associato.
Le Psicoterapie sessuali brevi: “Sono terapie brevi, della durata da dodici a venti sedute, che coinvolgono entrambi i membri della coppia e che tendono a lavorare sul sintomo sessuale. Nel corso di questi trattamenti, il terapeuta, seduta dopo seduta, prescrive comportamenti sessuali che la coppia dovrà sperimentare tra una seduta e l’altra e, sarà proprio il lavoro su quanto può o non può essere sperimentato, oltre che sulle vicende della relazione nella coppia, che avvierà il processo verso l’obiettivo desiderato” (Masters e Johnson, 1987).
Bibliografia
- Lambiase, E. (2001), La dipendenza sessuale. LAS, Roma
- Liotti, G. (2000), Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo – evoluzionistica. Raffaello Cortina, Milano.
- Siegel, D. (1999) La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Raffaello Cortina, Milano 2001.
Dr. Antonello Melis
Psicologo • Psicoterapeuta
Cagliari